“Tallonite” non è una diagnosi. È il nome che diamo a un posto che fa male. Sotto quella parola stanno almeno sei problemi diversi, e si distinguono quasi sempre da un dato solo: in quale punto del tallone fa male. Da lì cambia il trattamento e cambiano i tempi.
Prima domanda: sotto o dietro?
È la divisione che conta più di tutte, e si fa senza esami. Premi il tallone con il pollice e nota dove si riproduce il dolore.
Sotto il tallone
Il dolore sta sulla pianta, verso la parte interna. Peggiora con i primi passi dopo essere stati fermi, si attenua camminando, ritorna se si resta in piedi a lungo. È il quadro della fascite plantare, di gran lunga il più frequente.
Dietro il tallone
Il dolore sta sul retro, dove il tendine d’Achille si attacca all’osso. Dà fastidio la scarpa chiusa che preme, e il dolore compare all’inizio dell’attività. Qui si parla di tendinopatia dell’Achille, di borsite dietro il tendine o della prominenza ossea chiamata deformità di Haglund.
Dentro, verso la caviglia
Dolore nella parte interna, che peggiora stando molto in piedi e che porta con sé bruciore, formicolio o intorpidimento. Fa pensare alla sindrome del tunnel tarsale, cioè la compressione del nervo tibiale posteriore.
Le sei cause, e come si riconoscono
Fascite plantare
La causa più comune in assoluto: nell’arco della vita riguarda circa una persona su dieci. Il dolore è pulsante, sta sulla parte interna della pianta del tallone ed è peggiore con i primi passi del mattino o dopo essere stati seduti. Premendo sulla sporgenza interna del calcagno si scatena un dolore acuto e trafittivo. Anche piegare il piede e le dita verso l’alto spesso lo riproduce.
Frattura da stress del calcagno
Il dolore peggiora progressivamente, e la storia è quasi sempre la stessa: un aumento recente dell’attività, oppure il passaggio a camminare o correre su una superficie più dura. Si distingue dalla fascite perché non migliora dopo i primi passi, anzi peggiora con il carico. È una situazione da non trascurare: la radiografia normale non basta a escluderla, e servono esami di secondo livello.
Intrappolamento di un nervo
Quando al dolore si aggiungono bruciore, formicolio o intorpidimento, il sospetto si sposta sui nervi. Cambia il trattamento, perché lavorare solo sulla fascia non serve.
Sindrome del cuscinetto adiposo
Il cuscinetto di grasso che ammortizza il tallone si assottiglia con gli anni o dopo traumi ripetuti. Il dolore è profondo, sordo, come un livido, e sta al centro del tallone e non sulla parte interna. È la distinzione che di solito manca, e porta a trattare una fascite che non c’è.
Tendinopatia dell’Achille all’inserzione
Dolore dietro, dove il tendine si attacca all’osso. Tipico di chi corre e di chi ha aumentato i carichi troppo in fretta. Spesso c’è anche un ispessimento palpabile.
Malattia di Sever
Riguarda bambini e ragazzi in crescita, di solito fra gli otto e i quattordici anni, ed è un’infiammazione del nucleo di accrescimento del calcagno. Fa male dietro e sui lati del tallone, peggiora con lo sport e passa con il riposo. La radiografia in genere non serve a fare la diagnosi.
Cosa aumenta il rischio
Le linee guida di fisioterapia indicano di controllare quattro cose, perché sono quelle su cui si può intervenire.
- Poca flessibilità della caviglia, cioè difficoltà a portare la punta del piede verso lo stinco. È il fattore più specifico.
- Peso corporeo elevato in chi non fa sport.
- La corsa, per il carico ripetuto.
- Lavori in piedi, soprattutto su superfici dure e con calzature che ammortizzano poco.
Lo sperone calcaneare non è la causa
È il fraintendimento più diffuso, e vale la pena dirlo chiaramente: lo sperone osseo è presente in circa metà delle persone che hanno una fascite plantare, ma non corrisponde bene ai sintomi e si trova anche in chi non ha alcun dolore.
Tradotto: trovare uno sperone in una radiografia non spiega il dolore e non è un motivo per operare. La spina calcaneare esiste ed è un argomento a parte, descritto nella pagina sulla spina calcaneare, ma non va confusa con la causa del male al tallone.
Servono esami?
Per la fascite plantare, no: la diagnosi è clinica. Radiografia, ecografia e risonanza servono a escludere altre cause quando il quadro non torna, non a confermare quello che l’esame già dice.
Un’eccezione vale la pena conoscerla: quando si sospetta una frattura da stress, la radiografia può risultare normale anche in presenza della frattura, e servono scintigrafia, TAC o risonanza. È il motivo per cui un dolore che peggiora progressivamente con il carico non va liquidato come tallonite e basta.
Cosa funziona
Il trattamento iniziale è conservativo e si costruisce su poche cose fatte con continuità: modificare le attività che sovraccaricano, allungamento, esercizi di rinforzo, massaggio con ghiaccio. Si aggiungono, secondo il caso, plantari su misura o preconfezionati, bendaggio dell’arco e tutore notturno.
Per le forme che durano da mesi e non rispondono, le onde d’urto sono un’opzione con prove a favore, sia nella fascite plantare cronica sia nella tendinopatia dell’Achille.
Sulle infiltrazioni la situazione è più sfumata e merita attenzione, perché la risposta cambia a seconda di dove fa male:
- nella fascite plantare le infiltrazioni di cortisone e quelle di plasma ricco di piastrine riducono il dolore, con risultati migliori quando vengono eseguite sotto guida ecografica;
- nella tendinopatia dell’Achille, al contrario, le linee guida indicano di non usarle.
È esattamente il motivo per cui distinguere sotto da dietro non è un dettaglio: lo stesso trattamento è indicato in un caso e sconsigliato nell’altro. La decisione sulle infiltrazioni resta comunque del medico.
Fatti vedere senza rimandare se al dolore al tallone si accompagna:
- un dolore che peggiora settimana dopo settimana con il carico e non dà tregua dopo i primi passi;
- gonfiore, rossore e calore, soprattutto con febbre;
- formicolio, bruciore o perdita di sensibilità nella pianta;
- l’impossibilità di stare sulle punte o un avvallamento palpabile lungo il tendine d’Achille dopo uno scatto o un salto;
- un dolore comparso dopo un trauma diretto o una caduta dall’alto.
Quanto ci vuole
La fascite plantare è un problema lento. La maggior parte dei casi si risolve con il trattamento conservativo, ma i tempi si misurano in mesi e non in settimane, e la parte che fa la differenza è la costanza negli esercizi quando il dolore è già migliorato. Chi smette al primo sollievo è chi più spesso torna al punto di partenza.
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Domande frequenti
Quanto dura una tallonite?
Dipende da quale problema c’è sotto. La fascite plantare, che è il caso più comune, migliora nella grande maggioranza dei casi con il trattamento conservativo, ma i tempi si contano in mesi. Una tendinopatia dell’Achille all’inserzione è altrettanto lenta. Se dopo sei settimane di lavoro fatto bene non è cambiato nulla, conviene rivedere la diagnosi invece di insistere.
Come si cura la tallonite?
Si parte sempre da tre cose: ridurre i carichi che la scatenano, allungare polpaccio e fascia plantare, e rinforzare. Si aggiungono plantari, bendaggio o tutore notturno secondo il caso. Nelle forme croniche che non rispondono, le onde d’urto hanno prove a favore. Non esiste una cura unica perché non esiste una sola tallonite.
Perché fa più male al mattino?
Durante la notte il piede resta in posizione allungata e la fascia plantare si accorcia. I primi passi la riallungano di colpo, e il dolore in quel momento è massimo. Poi camminando si attenua. È un segno così tipico della fascite plantare da valere quasi come una diagnosi.
È lo sperone calcaneare che mi fa male?
Quasi mai. Lo sperone si trova in circa metà delle persone con fascite plantare, ma anche in molte persone che non hanno alcun dolore, e non corrisponde bene ai sintomi. Vederlo in una radiografia non spiega il male e non è di per sé un motivo per operare.
Serve la radiografia?
Per la fascite plantare no, la diagnosi si fa visitando. Gli esami servono quando il quadro non torna e bisogna escludere altro. Un caso in cui contano davvero è il sospetto di frattura da stress del calcagno, dove però la radiografia può essere normale e servono esami più sensibili.
Posso continuare a correre?
Di solito si può, riducendo volume e intensità e scegliendo superfici più morbide, purché il dolore resti tollerabile e non peggiori nelle ore successive. Il riposo assoluto non accelera la guarigione di una tendinopatia. Se invece il dolore aumenta di settimana in settimana sotto carico, bisogna fermarsi e farsi valutare.
Che scarpe usare?
Una scarpa chiusa con un minimo di rialzo al tallone e una suola che ammortizza riduce il carico sulla fascia e sull’Achille. Da evitare nelle fasi acute le suole piatte e rigide e le ciabatte senza sostegno. Quando il dolore sta dietro, una scarpa che preme sul punto dolente lo mantiene: a volte cambiare calzatura vale più di una terapia.
Fonti
- Tu P. Heel Pain: Diagnosis and Management. American Family Physician, 2018; 97(2): 86-93. Classificazione del dolore al tallone per sede anatomica, diagnosi differenziale e raccomandazioni con livello di evidenza su infiltrazioni e onde d’urto. aafp.org
- Martin RL et al. Heel Pain, Plantar Fasciitis: Revision 2014. Clinical Practice Guidelines Linked to the International Classification of Functioning, Disability and Health. Journal of Orthopaedic & Sports Physical Therapy, 44(11). Fattori di rischio e criteri clinici. jospt.org
- Academy of Orthopaedic Physical Therapy e American Academy of Sports Physical Therapy. Heel Pain, Plantar Fasciitis: Revision 2023. Journal of Orthopaedic & Sports Physical Therapy, 53(12). Aggiornamento delle linee guida. jospt.org
Far valutare un tallone che fa male
La valutazione può partire dalla visita podologica, che studia l’appoggio del piede, o dalla fisioterapia.
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